lunedì 21 gennaio 2019

Leonardo Da Vinci 1519 – 2019, 500 anni di genio

Mulini, alianti, una bombarda e persino una macchina volante.
Sono questi alcuni dei progetti nati dal genio di Leonardo Da Vinci che saranno visibili a Calusco d’Adda all’interno della mostra “Leonardo Da Vinci 1519 – 2019, 500 anni di genio”.
L’esposizione, organizzata dall’associazione “Club 33” di Rodengo Saiano, ha aperto i battenti nell’ex Chiesa di San Fedele e fino a domenica 17 febbraio 2019 racconterà il rapporto fra il genio toscano e l’acqua: “Leonardo è una personalità complessa e per comprenderla a fondo è necessario scegliere un tema legato ad esso per cui abbiamo scelto l’acqua – spiega Salvatore Cortese, organizzatore della mostra -. Essendo stato Calusco come tutta la valle dell’Adda al centro dei suoi studi, non potevamo non celebrare Leonardo in occasione del suo cinquecentesimo anniversario dalla morte, così abbiamo deciso di organizzare questa mostra”.
Al centro dell’esposizione una traduzione fotografica degli studi leonardeschi sulla vitalità dell’acqua realizzata da Salvatore Cortese, ma anche circa 20 modelli statici e dinamici d’invenzioni progettati da Gianfranco Zucchi: “Abbiamo scelto questi modelli perché riguardano il tema dell’acqua e quello dell’aria ad esso legato, nel corso degli anni ne ho realizzati circa altri 13 – sottolinea Zucchi -. Per realizzarli ci è voluto molto tempo, ma dietro questo lavoro si nasconde una grande passione”

giovedì 17 gennaio 2019

Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti

Da sabato 19 gennaio a domenica 9 giugno 2019, le sale di Palazzo Martinengo a Brescia ospitano la mostra “Gli animali nell’arte dal Rinascimento a Ceruti”, che documenta attraverso 80 capolavori, come la rappresentazione degli animali abbia trovato ampia diffusione nell’arte italiana tra XVI e XVIII secolo.
Nella storia dell’arte i primi soggetti rappresentati dall’uomo sono gli animali. Dalla preistoria ad oggi, gli animali hanno sempre continuato ad interessare ed affascinare gli artisti. Ammirati per le loro qualità, temuti per i loro comportamenti aggressivi, sfruttati come forza-lavoro, amati per la loro fedeltà e amicizia, sono spesso diventati simboli pieni di significati, incarnazioni di divinità o demoni, presenze importanti della natura e della vita dell’uomo.
Col passare dei secoli la concezione medievale del mondo come materia informe da plasmare cede il posto ad una visione “illuminata”, in cui il mondo terreno deve essere apprezzato e osservato per come si presenta. L’influenza della religione comincia a scemare fino a perdersi del tutto. Ed ecco che il cambiamento di pensiero si riflette anche nell’arte e in particolare nella raffigurazione del mondo animale, che ora è caratterizzata da opere naturalistiche e oggettive, con un valore simbolico ma distaccato dalla dimensione religiosa. A partire dalla fine del ‘200, Giotto segna la svolta pittorica nell’osservazione della realtà. Con la scoperta dell’America il punto di vista naturalistico si evolve ancor di più perché si iniziano ad osservare e riprodurre specie animali fino ad allora sconosciute. Nel ‘500 saranno Leonardo e Dürer, con i loro disegni, a dare inizio all’illustrazione zoologica moderna e alla loro classificazione, seguiti successivamente dal pensiero dei positivisti e dalle ricerche di Darwin.
L’esposizione, curata da Davide Dotti, organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia e del Comune di Brescia, in partnership con WWF Italia, trasformerà la storica residenza cinquecentesca nel cuore della città in un’arca di Noè, per consentire al visitatore di comprendere come l’animale abbia da sempre avuto un ruolo fondamentale nella grande pittura antica.
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mercoledì 16 gennaio 2019

Botticelli, Della Robbia, Cigoli. Montevarchi alla riscoperta del suo patrimonio artistico

L’Amministrazione Comunale di Montevarchi in collaborazione con il Museo di Arte Sacra della Collegiata di San Lorenzo di Montevarchi e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo presenta, per la prima volta tutte insieme, alcune importanti opere d’arte, fin qui riscoperte, che nel corso dei secoli, per circostanze di vario genere, sono state allontanate dai luoghi per i quali erano state create.
L’idea dell’esposizione che viene proposta ai cittadini e ai visitatori è di far conoscere quelle che erano state le grandi committenze per gli enti religiosi della città di Montevarchi nel periodo che va dalla fine del ‘400 e fino al ‘700, come il convento francescano di San Ludovico, il convento benedettino di San Michele Arcangelo alla Ginestra, il monastero agostiniano di Santa Maria del Latte, la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Cennano e il convento di San Lorenzo dei Padri Cappuccini.
E’ questo il senso della mostra dal titolo “Botticelli, Della Robbia, Cigoli – Montevarchi alla riscoperta del suo patrimonio artistico” che sarà inaugurata sabato 19 gennaio 2019 alle ore 18.30 in Palazzo del Podestà.
La mostra sarà successivamente aperta al pubblico da domenica 20 gennaio fino a domenica 28 aprile 2019.
Accanto ad autentici capolavori come l’Incoronazione della Vergine e Santi di Sandro Botticelli, Il miracolo della mula di Giovanni Martinelli, La Resurrezione di Cristo del Cigoli, Il Beato Felice da Cantalice di Jacopo Vignali, La natività della Vergine di Santi di Tito - artisti conosciuti ed apprezzati già nelle loro epoche - non mancano interessanti sorprese come Il miracolo di Sant’Antonio taumaturgo di Mattia Bolognini, pittore montevarchino al pari del Martinelli, il San Fedele da Sigmaringen in adorazione della Vergine col Bambino del “caratteristico” pittore francescano Fra Felice da Sambuca, il San Francesco della pittrice Violante Siries Cerroti, i Santi francescani in adorazione della Vergine del trentino Giacomo Tais per il convento di San Ludovico.
La mostra sarà arricchita anche dalla terracotta policroma invetriata del Sant’Antonio Abate attribuita a Luca della Robbia il Giovane, che proveniva dalla Compagnia di Sant’Antonio Abate di Montevarchi.
Eccezion fatta per la Mula del Martinelli, tela ammirata anni or sono in una Mostra dedicata alla figura del pittore montevarchino, e il Sant’Antonio Abate di Luca della Robbia attualmente conservato all’interno del Museo di Arte Sacra, le opere d’arte sopra descritte ritornano nella città per la prima volta affermando il livello di importanza socio-culturale rivestita da Montevarchi nel tempo.
Sono 10 le opere dunque che i visitatori potranno ammirare nei prossimi mesi all’interno del Palazzo del Podestà, recentemente recuperato e che ospiterà questi capolavori lungo tutti i piani dell’edificio.
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mercoledì 9 gennaio 2019

"L’altra Galleria. Opere dai depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria" prorogata fino al 27 gennaio 2019

Pietro Vannucci Adorazione dei Magi
La Mostra "L’altra Galleria. Opere dai depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria" è prorogata fino a domenica 27 gennaio 2019.
La rassegna presenta una raffinata selezione di opere, raramente esposte e in alcuni casi mostrate addirittura per la prima volta, di autori appartenenti all’epoca d’oro della scuola umbra, tra il Duecento e la metà del Cinquecento.
L’altra galleria, un’esposizione che offre al visitatore una raffinata selezione di tavole saltuariamente presentate al pubblico, e in alcuni casi addirittura esposte per la prima volta, di autori appartenenti all’epoca d’oro della scuola umbra, tra il Duecento e la metà del Cinquecento, quali il Maestro dei dossali di Subiaco, Meo da Siena, Allegretto Nuzi, Rossello di Jacopo Franchi, Giovanni Boccati, Benedetto Bonfigli, Benvenuto di Giovanni, Bartolomeo Caporali, Pietro Vannucci detto il Perugino, Eusebio da San Giorgio, Berto di Giovanni, Domenico Alfani, Dono Doni.
La scelta delle opere, effettuata a seconda del loro grado di conservazione e d’importanza, è stata realizzata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, coadiuvato da una équipe di studiosi
La mostra riveste un grande rilievo storico-critico: le tavole sono state dapprima oggetto di indagini diagnostiche e interventi conservativi, quindi affidate agli specialisti affinché le studiassero in maniera approfondita. Quello che ne risulta sarà una mostra che amplierà il percorso museale della Galleria, e presenterà nuove scoperte e nuove attribuzioni.

lunedì 7 gennaio 2019

FuORIpercorso”- Preziosi reperti dai depositi del “Griffo”

Fino al 24 marzo 2019 un vero e proprio viaggio nelle viscere del Museo Archeologico Regionale di Agrigento con la mostra “FuORIpercorso”- Preziosi reperti dai depositi del “Griffo”.
Il Museo si racconta dunque, al di là del percorso espositivo tradizionale, scegliendo e valorizzando alcuni tra i più significativi materiali presenti nei suoi depositi, con particolare attenzione ai reperti in oro. Aureo, per esempio, è il diadema ellenistico che apre la narrazione, decorato da foglie di quercia in lamina di squisita fattura; aureo l’anello (recentemente donato al Museo dai proprietari nel cui terreno fu scoperto) e forse appartenuto alla fanciulla agrigentina sepolta in un sarcofago litico con iscrizione (II – III sec d.C.) interrato nella necropoli romana fuori Porta Aurea; auree sono ancora, le 204 monete bizantine che compongono il tesoretto (VII sec. d.C.) scoperto in un vaso in terracotta nel 1939 nel territorio di Racalmuto. Tra i reperti, alcuni esempi di solidus considerato universalmente “il dollaro del Medioevo” perché in uso in tutto il Mediterraneo fino all’XI secolo: una moneta in oro puro istituita dall’imperatore Costantino nel IV secolo e da cui discendono sia i sistemi monetali del mondo germanico occidentale che quelli dell’Oriente islamico. Accanto ai solidi, il tesoro contiene anche monete di taglio minore: il semissis (metà del solidus), il tremissis (un terzo del solidus) e un rarissimo semi-tremissis.

sabato 5 gennaio 2019

Perugino. L'adorazione dei magi a Milano

Giunto alla sua undicesima edizione, il tradizionale appuntamento natalizio con l’arte di Palazzo Marino torna in Sala Alessi con un nuovo capolavoro, questa volta realizzato da Pietro Cristoforo Vannucci meglio noto come il Perugino (Città della Pieve, circa 1450 - Fontignano, 1523). L’opera, concessa eccezionalmente in prestito dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, è l’Adorazione dei Magi, realizzata dall’artista intorno al 1475.
La grande pala d’altare (olio su tavola, 242 x 180 cm) è attribuita al periodo giovanile del Vannucci e rappresenta il primo significativo impegno dell’artista a Perugia. Il dipinto fu realizzato per la chiesa perugina di Santa Maria dei Servi e costituisce una delle opere più emblematiche per comprendere gli sviluppi dell’arte italiana nell’ultimo quarto del XV secolo. Ricordata per la prima volta nell’edizione giuntina delle Vite (1568) dal Vasari, la sua attribuzione è stata a lungo dibattuta tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, a causa della complessità dei riferimenti culturali presenti nella tavola. Cavalcaselle (1866) la ritenne infatti opera matura del perugino Fiorenzo di Lorenzo, proposta di grande fortuna accolta, fra le altre, dalle autorevoli voci di Giovanni Morelli (1886) e Bernard Berenson (1897). Sarà Jean Carlyle Graham (1903), autrice di una monografia su Fiorenzo di Lorenzo, a riportare in campo il nome del Vannucci, interpretando l’Adorazione come un lavoro iniziato da questi nei primi anni della carriera, lasciato incompiuto e completato solo diverso tempo dopo da Fiorenzo e dai suoi collaboratori. La definitiva risoluzione della questione attributiva si deve solo ad Adolfo Venturi (1911), il quale – sposando l’opinione del Vasari – assegna l’opera al Perugino giovane, riconoscendovi molti riferimenti eterogenei, tutti ugualmente importanti nella fase formativa del pittore: l’influsso di Verrocchio nei tipi fisionomici e nelle vesti quasi di lamina metallica, scandite in pieghe dai sottosquadri nettissimi; la conoscenza della pittura dei fratelli Pollaiolo nell’evidenza del rilievo e nella profusione di ornamenti rifulgenti; il ricordo di Piero della Francesca – suo probabile maestro – nell’albero collocato sullo sfondo in base ai canoni della sezione aurea, come nel Battesimo di Cristo già a Sansepolcro e ora alla National Gallery di Londra.
Il nome di Perugino, in seguito, non è stato messo in discussione e sono stati anzi individuati nessi sempre più stringenti con la produzione matura dell’artista: il paesaggio che si fa via via ceruleo verso l’orizzonte, secondo quanto teorizzato da Leonardo sulla prospettiva aerea; i volti giovanili e femminili cesellati, di diafana purezza; la capacità di dosare la luce e di scaldare con essa il colore. Questi ultimi effetti si devono certamente ad una fondamentale innovazione di carattere tecnico che interessa la tavola, interamente a dipinta a olio. Il riconoscimento nell’Adorazione dei Magi di un cripto-ritratto del Perugino si deve invece al Von Ruhmor (1827), che confronta l’effige del giovane in berretta rossa all’estrema sinistra della composizione con quella – invecchiata e appesantita, ma certamente corrispondente nei lineamenti – del certo autoritratto affrescato dal maestro ormai cinquantenne nel 1500 circa sulle pareti del Collegio del Cambio a Perugia. Un Perugino giovane ma già perfettamente consapevole del suo talento, che guarda l’osservatore con aria risoluta, quasi sfrontata.
Si tratta di un particolare importante, che ha agevolato sia l’attribuzione, che la datazione della tavola. L’età del pittore, stimata tra i 25 e i 30 anni, ha indotto infatti gli studiosi a collocare l’esecuzione dell’opera intorno al 1475. Recentemente è stato proposto (Teza, 1997) di riconoscere nei Magi alcuni membri della famiglia Baglioni, sul modello di una consuetudine fiorentina di cui sono notissimi esempi gli affreschi eseguiti da Benozzo Gozzoli nella cappella di Palazzo Medici Riccardi, o la tavola di Sandro Botticelli per Gaspare del Lama oggi agli Uffizi, opere nelle quali i tre re giunti dall’Oriente assumono le fattezze di esponenti di casa Medici.
Nella tavola perugina, in particolare, il Mago più anziano Gaspare corrisponderebbe al capostipite Malatesta Baglioni; Baldassarre raffigurerebbe Braccio, guida della casata all’epoca in cui il dipinto fu realizzato; il giovane Melchiorre avrebbe infine il volto del figlio di Braccio, Grifone, destinato a succedergli al potere. Del tutto probabile, in ogni modo, è il coinvolgimento dei cripto-signori di Perugia nella commissione del dipinto. La chiesa di Santa Maria dei Servi era infatti prossima alle residenze dei Baglioni sul Colle Landone, anch’esse abbattute per permettere l’erezione della Rocca Paolina, e ospitava nelle sue cappelle le sepolture di alcuni membri della famiglia. Nel 1471, tra l’altro, il citato Braccio aveva fatto erigere nell’edificio un sacello dedicato alla Vergine Maria, ultimato nel 1478.
L’Adorazione dei Magi è in conclusione un’opera complessa e affascinante, che riassume tutte le suggestioni di cui Pietro poté nutrirsi durante gli anni di formazione trascorsi a Firenze nella bottega del Verrocchio, fianco a fianco con quelli che sarebbero stati, insieme a lui, fra i più grandi protagonisti dell’arte del Rinascimento, da Domenico Ghirlandaio a Sandro Botticelli, da Lorenzo di Credi a Leonardo da Vinci. L’esposizione a Palazzo Marino è curata da Marco Pierini, Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, che grazie a questa iniziativa ha potuto procedere al restauro dell’opera prima del suo trasporto a Milano. L’"Adorazione dei Magi" del Perugino potrà essere ammirata in Sala Alessi, come sempre con ingresso libero, fino al 13 gennaio 2019.