sabato 16 giugno 2018
Gubbio al tempo di Giotto
Per maggiori infromazioni e programma completo visita il sito ufficiale della mostra !
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manoscritti,
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Mello da Gubbio,
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Ubicazione:
06024 Gubbio PG, Italia
domenica 10 giugno 2018
Capolavori del Trecento
L‘Umbria celebra l’arte del Trecento con una mostra diffusa visitabile dal 24 giugno al 4 novembre 2018.
70 dipinti a fondo oro su tavola, sculture
lignee policrome e miniature, che raccontano la meraviglia ambientale
dell’Appennino centrale e la civiltà storico-artistica, civile e
socio-religiosa nell’Italia di primo Trecento. Quattro sedi espositive:
Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino, e una trama di itinerari che si
dipanano in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, per scoprire il valore di
una straordinaria unità di cultura, nelle terre ferite dal sisma che ha
colpito l’Italia centrale.
Il successo, nel cuore verde d’Italia, della lezione rivoluzionaria di Giotto
e dello stupefacente virtuosismo dei caposcuola senesi Pietro
Lorenzetti e Simone Martini, è raccontata in mostra attraverso una
costellazione di artisti, spesso anonimi, che si fecero interpreti
dell’anima più profonda e vera dell’Appennino, declinando emozioni di
fede e dolcezza, dipinte con un linguaggio pittorico intenso, ed un
magistero tecnico sorprendente. Fino alla meraviglia che nasce dalla
visione di capolavori conservati in musei e raccolte di grande
prestigio, come la Fondazione Cini di Venezia, il Museo Poldi Pezzoli di
Milano, l’Alana Collection di Newark (USA).
Da non perdere due stupefacenti dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco, restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con Christus triumphans dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi separati tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, torneranno insieme.
Per maggiori informazioni a breve sarà attivo il sito ufficiale della mostra: www.capolavorideltrecento.it.
Da non perdere due stupefacenti dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco, restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con Christus triumphans dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi separati tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, torneranno insieme.
Per maggiori informazioni a breve sarà attivo il sito ufficiale della mostra: www.capolavorideltrecento.it.
venerdì 8 giugno 2018
Le stoffe di un sogno
Come si veste un sogno? Con quali stoffe? E di quali colori?
Non sempre la ‘materia di cui sono fatti i sogni’ è impalpabile ed evanescente: se il sogno è il medioevo, e il medioevo del Mercato delle Gaite, essa si fa concreta e tattile nelle morbide lane, nelle sete preziose, nelle umili canape, profumata degli odori delle salde, e perfino musicale nell’elegante fruscio dei tessuti come nel cadenzato ritmo delle forbici che alacremente risuona sulle tavole da lavoro. È stata questa la scommessa del Mercato delle Gaite, una delle tante scommesse sulle quali si è giocata la credibilità di gente che, quasi trenta anni fa, ha coltivato il sogno di risvegliare un Medioevo assopito ma ancora vivo nelle pietre dei preziosi monumenti o delle nascoste viuzze.
Nascono così i primi vestiti delle Gaite, tagliati e cuciti dalle donne di Bevagna, che hanno cercato consigli e direttive in costumisti esperti, individuato modelli negli abiti indossati dai personaggi dei cicli di Giotto e Simone Martini ad Assisi (come non pensare, infatti, che questi dipinti – al di là di ogni significato dottrinario o devozionale – siano stati guardati dagli uomini e dalle donne del tempo con lo stesso malcelato desiderio con cui noi sfogliamo le riviste di moda?), ma anche interpretato, senza tradimenti beninteso, quei modelli per renderli unici e assolutamente bevanati e, infine, in qualche modo moderni.
Per questo l’Accademia di Bevagna, l’Associazione Mercato delle Gaite e Sistema Museo, con il patrocinio del Comune di Bevagna, hanno pensato di rintracciare quei costumi per metterli in mostra (9 giugno - 26 agosto 2018). Con questo si è voluto rendere omaggio a tanto lavoro e passione e contemporaneamente fornire, a chi vorrà interessarsene, materia di studio e valutazione per le scelte presenti. Si ringraziano per la collaborazione: le Gaite, le attività commerciali Novità 2000, Les Chics, Garçon & Femme e tutti coloro che hanno messo a disposizione i loro vestiti.
Info e prenotazioni:
Corso Matteotti 70 – Bevagna
bevagna@sistemamuseo.it
tel 0742.360081
Non sempre la ‘materia di cui sono fatti i sogni’ è impalpabile ed evanescente: se il sogno è il medioevo, e il medioevo del Mercato delle Gaite, essa si fa concreta e tattile nelle morbide lane, nelle sete preziose, nelle umili canape, profumata degli odori delle salde, e perfino musicale nell’elegante fruscio dei tessuti come nel cadenzato ritmo delle forbici che alacremente risuona sulle tavole da lavoro. È stata questa la scommessa del Mercato delle Gaite, una delle tante scommesse sulle quali si è giocata la credibilità di gente che, quasi trenta anni fa, ha coltivato il sogno di risvegliare un Medioevo assopito ma ancora vivo nelle pietre dei preziosi monumenti o delle nascoste viuzze.
Nascono così i primi vestiti delle Gaite, tagliati e cuciti dalle donne di Bevagna, che hanno cercato consigli e direttive in costumisti esperti, individuato modelli negli abiti indossati dai personaggi dei cicli di Giotto e Simone Martini ad Assisi (come non pensare, infatti, che questi dipinti – al di là di ogni significato dottrinario o devozionale – siano stati guardati dagli uomini e dalle donne del tempo con lo stesso malcelato desiderio con cui noi sfogliamo le riviste di moda?), ma anche interpretato, senza tradimenti beninteso, quei modelli per renderli unici e assolutamente bevanati e, infine, in qualche modo moderni.
Per questo l’Accademia di Bevagna, l’Associazione Mercato delle Gaite e Sistema Museo, con il patrocinio del Comune di Bevagna, hanno pensato di rintracciare quei costumi per metterli in mostra (9 giugno - 26 agosto 2018). Con questo si è voluto rendere omaggio a tanto lavoro e passione e contemporaneamente fornire, a chi vorrà interessarsene, materia di studio e valutazione per le scelte presenti. Si ringraziano per la collaborazione: le Gaite, le attività commerciali Novità 2000, Les Chics, Garçon & Femme e tutti coloro che hanno messo a disposizione i loro vestiti.
Info e prenotazioni:
Corso Matteotti 70 – Bevagna
bevagna@sistemamuseo.it
tel 0742.360081
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giovedì 7 giugno 2018
Milleduecento. Civiltà figurative tra l'Umbria e le Marche al tramonto del Romanico
Milleduecento. Civiltà figurative tra l'Umbria e le Marche al tramonto del Romanico.
8 giugno - 4 novembre 2018
Museo Piersanti di Matelica (MC)
Una mostra preziosa, un atto di storia dell’arte, un percorso che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica, e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo. Un’arte che propone un concerto tra le arti, ponendosi come crocevia tra scultura, pittura, arti preziose.
Una mostra preziosa, un atto di storia dell’arte, un percorso che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica, e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo. Un’arte che propone un concerto tra le arti, ponendosi come crocevia tra scultura, pittura, arti preziose.
Il percorso espositivo si sviluppa intorno a cinque nuclei tematici: il primo, Un crocifisso modello,
presenta il crocifisso di Matelica come testimone d’eccellenza di una
tipologia molto ben rappresentata nelle Marche nell’autunno del XII
secolo: vi si affiancheranno tra gli altri gli esemplari di Ancona e del
duomo di Camerino, come pure i crocifissi del Museo di Sant’Agostino a
Genova e della collezione Salini.
Il secondo nucleo, Sculture come oreficerie e oreficerie come sculture, punta
invece a mettere in luce gli incroci fra le arti all’insegna della
preziosità, reale o simulata, dei manufatti: si tratti di opere in
metallo ovvero di sculture che volevano sembrare oreficerie monumentali,
e che proprio verso il 1200 si volgono a policromie più naturalistiche.
I crocifissi di Arezzo e di Certaldo vengono messi a confronto con le
piccole croci bronzee di Cortona e di Fabriano, con la spettacolare
croce del Tesoro di San Francesco ad Assisi, e con il formidabile piatto
di legatura, smaltato a Limoges, del Museo Civico d’Arte Antica di
Torino.
La terza sezione, Pittura a tre dimensioni,
si apre con il singolare crocifisso di Arquata del Tronto, che si
dichiara a tutti gli effetti come una pittura a rilievo: le intersezioni
tra scultura e pittura sono evidenziate dalla croce di Petrus,
proveniente da San Salvatore a Campi di Norcia, dalle Madonne
troneggianti di Cesi, Castelli, Foligno e l’Aquila, dal frammento di
Brera e dalle tavole del Museo Nazionale dell’Aquila e di Santa Maria in
Via a Camerino.
Questo nucleo confluisce direttamente nel successivo, che si propone di intitolare Un nuovo senso della natura nell’incontro fra le arti. Qui si intende mostrare come l’osmosi tra pittura, scultura e arti suntuaria generi un rinnovato senso della realtà che ispira una rivoluzione formale tra le più alte e decisive della civiltà occidentale. Vi troveranno spazio i Cristi di Jesi, Montemonaco, San Gimignano e della Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre la bella testa di Gesù del Museo del Duomo di Prato troverà un ideale corrispettivo in pietra nella testa virile nel Museo del Ducato di Spoleto.Vi si potrà inoltre ammirare, dopo il restauro, la croce dipinta delle Clarisse di Matelica, normalmente invisibile al pubblico. L’ultima, piccola sezione, Sculture in miniatura, torna al mondo delle arti suntuarie per mettere in risalto altre e succose interferenze: le arti del metallo ispirano formule che pittura e scultura traducono nella scala grande, ma a loro volta riprendono nel minimo formato certe soluzioni statuarie. Lo provano alcuni turiboli, provenienti da Cortona, Arezzo e Firenze e una significativa selezione di matrici per sigilli umbri e marchigiani del Duecento, conservati al Museo del Bargello, tra cui, appunto, la matrice del Comune di Matelica. Qui sarà inoltre presentato uno dei codici miniati del XII secolo conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma ma provenienti dall’abbazia di Sant’Eutizio in val Castoriana, luogo devastato dal terremoto da cui dipendeva la chiesa del territorio matelicese ove si trovava il crocifisso del Museo Piersanti.
Questo nucleo confluisce direttamente nel successivo, che si propone di intitolare Un nuovo senso della natura nell’incontro fra le arti. Qui si intende mostrare come l’osmosi tra pittura, scultura e arti suntuaria generi un rinnovato senso della realtà che ispira una rivoluzione formale tra le più alte e decisive della civiltà occidentale. Vi troveranno spazio i Cristi di Jesi, Montemonaco, San Gimignano e della Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre la bella testa di Gesù del Museo del Duomo di Prato troverà un ideale corrispettivo in pietra nella testa virile nel Museo del Ducato di Spoleto.Vi si potrà inoltre ammirare, dopo il restauro, la croce dipinta delle Clarisse di Matelica, normalmente invisibile al pubblico. L’ultima, piccola sezione, Sculture in miniatura, torna al mondo delle arti suntuarie per mettere in risalto altre e succose interferenze: le arti del metallo ispirano formule che pittura e scultura traducono nella scala grande, ma a loro volta riprendono nel minimo formato certe soluzioni statuarie. Lo provano alcuni turiboli, provenienti da Cortona, Arezzo e Firenze e una significativa selezione di matrici per sigilli umbri e marchigiani del Duecento, conservati al Museo del Bargello, tra cui, appunto, la matrice del Comune di Matelica. Qui sarà inoltre presentato uno dei codici miniati del XII secolo conservati nella Biblioteca Vallicelliana di Roma ma provenienti dall’abbazia di Sant’Eutizio in val Castoriana, luogo devastato dal terremoto da cui dipendeva la chiesa del territorio matelicese ove si trovava il crocifisso del Museo Piersanti.
Ubicazione:
Via Umberto Iº, 11, 62024 Matelica MC, Italia
mercoledì 6 giugno 2018
Il potere dell’armonia. Federico II e il De Arte venandi cum avibus
“Il potere dell’armonia. Federico II e il De Arte venandi cum avibus”
è il titolo della mostra che si articolerà nei maestosi castelli di
Castel del Monte, Bari e Trani.
La mostra, nata da un’idea di Lorenzo Zichichi e Tommaso Morciano, si articola in tre sedi ed è realizzata da “Il Cigno GG Edizioni” e “Novapulia”, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bologna “Alma Mater Studiorum” e il Centro Studi Normanno-Svevo.
“La figura di Federico II, mitica nella storia della Puglia - dichiara Mariastella Margozzi, direttrice del Polo Museale della Puglia -, è il comune denominatore che lega i tre siti di Castel del Monte, Castello di Bari e Castello di Trani, tutti afferenti al Polo museale della Puglia. Questa mostra, con la sua tematica artistica e scientifica del trattato dell'arte venatoria, permette ai tre siti di fare sistema, rinnovando ad ogni tappa l'interesse per il contenitore, per il tema e per la cultura federiciana in Puglia”.
Un’iniziativa di straordinario spessore culturale che vuol far conoscere al grande pubblico l’opera di Federico II e la sua attualità. Il De Arte venandi cum avibus è un trattato di circa 600 pagine scritto dal più potente e illustre sovrano dell’Europa Occidentale del XIII secolo. Denota la grande attenzione per la cultura e il sapere da parte di Federico II e di tutta la sua corte. Il trattato non ha avuto la fortuna che meritava, in parte per la damnatio memoriae che colpì il casato svevo dopo l’aggressione angioina, in parte per la mole stessa del testo, che anticipava di secoli l’osservazione e lo studio del comportamento degli animali, rimanendo insuperato, per molti aspetti, fino a Konrad Lorenz (1903-1989), fondatore dell’etologia.
“Il sovrano svevo – afferma Ortensio Zecchino, curatore della mostra e autore delle fotografie in esposizione che attualizzano il Trattato - amava andare coi suoi falchi nella splendida natura del Tavoliere e della Murgia, e i tre castelli in cui si svolge la mostra sono tre luoghi di straordinaria memoria federiciana”. Nell’iniziativa sono stati coinvolti, ognuno per l’eccellenza che rappresenta nel proprio campo, quattro personalità di primissimo piano. Il Maestro Riccardo Muti, originario dei luoghi dove si erge Castel del Monte, ha scelto le musiche per accompagnare il visitatore nella visione e nella lettura del Trattato. Ortensio Zecchino, presidente dell’Enciclopedia Fridericiana della Treccani, oltre ad aver svolto in questa mostra la duplice veste di consulente scientifico del percorso e di autore delle fotografie che attualizzano il Trattato, ha realizzato buona parte degli scatti proprio nei luoghi in cui Federico II era uso andare a caccia. Anna Laura Trombetti Budriesi, ordinaria di storia medievale all’Università di Bologna e massima specialista del Trattato, avendone curato l’edizione critica e la prima traduzione completa in italiano, ha realizzato l’apparato scientifico su cui si snoda la mostra (gli allestimenti e i prodotti multimediali sono progettati e realizzati dall’architetto Elena Giangiulio della “Syremont Spa”, coadiuvata dalla direzione artistica de Il Cigno). Piero Pizzi Cannella, fondatore della Nuova Scuola Romana e uno dei maggiori esponenti dell’arte figurativa ha dipinto le pagine del manoscritto e una monumentale scenografia (allestita a Castel del Monte), oltre ad esporre le “opere veggenti”, ossia quelle tele che mantengono viva la tradizione federiciana anche nella pittura contemporanea.
Il visitatore potrà visionare la nuova edizione in italiano del Trattato federiciano. Ci si potrà immergere nella vita e nelle passioni di Federico II, usufruendo di un originale percorso iconografico che alterna miniature medievali a fotografie e dipinti, nell’ambito di un’esperienza accompagnata dalla musica.
“Il trattato fridericiano – prosegue Ortensio Zecchino - è frutto non solo di studi approfonditi (comprensivi della traduzione in latino di importanti trattati arabi sulla falconeria), ma anche di una di una lunga e appassionata pratica diretta. L’elevazione di Foggia a ‘città imperiale’ e la Puglia a terra prediletta – notorio il suo appellativo di Puer Apuliae – è dovuta al fatto che quella regione offriva habitat ineguagliabili per le prede, soprattutto animali acquatici, e falchi. Al di là delle tante e varie suggestioni e della sua utilità pedagogica per chiunque voglia praticare ancor’oggi la falconeria, il trattato di Federico va riconosciuto come un’opera di scienza ‘moderna’”.
“La falconeria - afferma Anna Laura Trombetti Budriesi - occupò gran parte del tempo di Federico II, tutto quello che poteva strappare agli affari di Stato: la considerò una scienza e volle elevarla al rango di ars venandi, perfetta sintesi di conoscenze teoriche e abilità pratiche. Nell'opera scrive che si tratta di una disciplina elaborata e complessa e per questo assolutamente riservata ai nobili che ne potranno trarre ampi vantaggi nella loro vita. Per le difficoltà presentate rispetto alle altre venationes (i rapaci sono difficilissimi da addestrare) la caccia con i rapaci è, secondo Federico II, un’attività molto utile all’arte di governo, perché richiede la capacità di domesticazione e la conoscenza del territorio”.
In una lettera di Federico II al figlio Corrado IV si legge: “Ai signori del mondo e ai re non basta la sola discendenza nobile, se la nobiltà d’animo non aiuta la stirpe elevata e un’attività onorevole non dà lustro al principato. […] Smettiamo immediatamente di essere re se, privandoci della cautela dei re ci comportiamo come dei privati cittadini, piuttosto che governare”.
“La caccia coi rapaci, dunque, non è solo un passatempo di alto livello, è un'attività altamente formativa, che conferma la nobiltà di chi la insegna ed esalta quella di chi la apprende”, conclude Trombetti Budriesi.
La mostra si articola in tre tappe: Castel del Monte accoglierà il visitatore e lo proietterà nel Trattato federiciano privilegiando le pitture di Pizzi Cannella; a Bari sarà fruibile la straordinaria campagna fotografica condotta da Ortensio Zecchino, in buona parte nella Murgia e nel Tavoliere; Trani privilegerà la multimedialità, con i video che consentiranno di passare dalle pagine originali del Trattato alla traduzione e lettura delle pagine del Trattato. Saranno presentate anche le traduzioni del Trattato in arabo (per la prima volta in forma integrale) e in italiano.
Le cerimonie di inaugurazione si terranno mercoledì 6 giugno 2018 alle ore 19.00 a Castel del Monte, mercoledì 13 giugno al Castello di Bari e lunedì 18 giugno al Castello di Trani alle ore 17.30. Interverranno la direttrice del Polo Museale della Puglia, Mariastella Margozzi, la direttrice di Castel del Monte, Elena Saponaro, la direttrice dei castelli di Bari e di Trani, Rosa Mezzina, i curatori della mostra Anna Laura Trombetti Budriesi e Ortensio Zecchino, i gestori della concessione Tommaso Morciano e Lorenzo Zichichi.
La mostra, nata da un’idea di Lorenzo Zichichi e Tommaso Morciano, si articola in tre sedi ed è realizzata da “Il Cigno GG Edizioni” e “Novapulia”, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bologna “Alma Mater Studiorum” e il Centro Studi Normanno-Svevo.
“La figura di Federico II, mitica nella storia della Puglia - dichiara Mariastella Margozzi, direttrice del Polo Museale della Puglia -, è il comune denominatore che lega i tre siti di Castel del Monte, Castello di Bari e Castello di Trani, tutti afferenti al Polo museale della Puglia. Questa mostra, con la sua tematica artistica e scientifica del trattato dell'arte venatoria, permette ai tre siti di fare sistema, rinnovando ad ogni tappa l'interesse per il contenitore, per il tema e per la cultura federiciana in Puglia”.
Un’iniziativa di straordinario spessore culturale che vuol far conoscere al grande pubblico l’opera di Federico II e la sua attualità. Il De Arte venandi cum avibus è un trattato di circa 600 pagine scritto dal più potente e illustre sovrano dell’Europa Occidentale del XIII secolo. Denota la grande attenzione per la cultura e il sapere da parte di Federico II e di tutta la sua corte. Il trattato non ha avuto la fortuna che meritava, in parte per la damnatio memoriae che colpì il casato svevo dopo l’aggressione angioina, in parte per la mole stessa del testo, che anticipava di secoli l’osservazione e lo studio del comportamento degli animali, rimanendo insuperato, per molti aspetti, fino a Konrad Lorenz (1903-1989), fondatore dell’etologia.
“Il sovrano svevo – afferma Ortensio Zecchino, curatore della mostra e autore delle fotografie in esposizione che attualizzano il Trattato - amava andare coi suoi falchi nella splendida natura del Tavoliere e della Murgia, e i tre castelli in cui si svolge la mostra sono tre luoghi di straordinaria memoria federiciana”. Nell’iniziativa sono stati coinvolti, ognuno per l’eccellenza che rappresenta nel proprio campo, quattro personalità di primissimo piano. Il Maestro Riccardo Muti, originario dei luoghi dove si erge Castel del Monte, ha scelto le musiche per accompagnare il visitatore nella visione e nella lettura del Trattato. Ortensio Zecchino, presidente dell’Enciclopedia Fridericiana della Treccani, oltre ad aver svolto in questa mostra la duplice veste di consulente scientifico del percorso e di autore delle fotografie che attualizzano il Trattato, ha realizzato buona parte degli scatti proprio nei luoghi in cui Federico II era uso andare a caccia. Anna Laura Trombetti Budriesi, ordinaria di storia medievale all’Università di Bologna e massima specialista del Trattato, avendone curato l’edizione critica e la prima traduzione completa in italiano, ha realizzato l’apparato scientifico su cui si snoda la mostra (gli allestimenti e i prodotti multimediali sono progettati e realizzati dall’architetto Elena Giangiulio della “Syremont Spa”, coadiuvata dalla direzione artistica de Il Cigno). Piero Pizzi Cannella, fondatore della Nuova Scuola Romana e uno dei maggiori esponenti dell’arte figurativa ha dipinto le pagine del manoscritto e una monumentale scenografia (allestita a Castel del Monte), oltre ad esporre le “opere veggenti”, ossia quelle tele che mantengono viva la tradizione federiciana anche nella pittura contemporanea.
Il visitatore potrà visionare la nuova edizione in italiano del Trattato federiciano. Ci si potrà immergere nella vita e nelle passioni di Federico II, usufruendo di un originale percorso iconografico che alterna miniature medievali a fotografie e dipinti, nell’ambito di un’esperienza accompagnata dalla musica.
“Il trattato fridericiano – prosegue Ortensio Zecchino - è frutto non solo di studi approfonditi (comprensivi della traduzione in latino di importanti trattati arabi sulla falconeria), ma anche di una di una lunga e appassionata pratica diretta. L’elevazione di Foggia a ‘città imperiale’ e la Puglia a terra prediletta – notorio il suo appellativo di Puer Apuliae – è dovuta al fatto che quella regione offriva habitat ineguagliabili per le prede, soprattutto animali acquatici, e falchi. Al di là delle tante e varie suggestioni e della sua utilità pedagogica per chiunque voglia praticare ancor’oggi la falconeria, il trattato di Federico va riconosciuto come un’opera di scienza ‘moderna’”.
“La falconeria - afferma Anna Laura Trombetti Budriesi - occupò gran parte del tempo di Federico II, tutto quello che poteva strappare agli affari di Stato: la considerò una scienza e volle elevarla al rango di ars venandi, perfetta sintesi di conoscenze teoriche e abilità pratiche. Nell'opera scrive che si tratta di una disciplina elaborata e complessa e per questo assolutamente riservata ai nobili che ne potranno trarre ampi vantaggi nella loro vita. Per le difficoltà presentate rispetto alle altre venationes (i rapaci sono difficilissimi da addestrare) la caccia con i rapaci è, secondo Federico II, un’attività molto utile all’arte di governo, perché richiede la capacità di domesticazione e la conoscenza del territorio”.
In una lettera di Federico II al figlio Corrado IV si legge: “Ai signori del mondo e ai re non basta la sola discendenza nobile, se la nobiltà d’animo non aiuta la stirpe elevata e un’attività onorevole non dà lustro al principato. […] Smettiamo immediatamente di essere re se, privandoci della cautela dei re ci comportiamo come dei privati cittadini, piuttosto che governare”.
“La caccia coi rapaci, dunque, non è solo un passatempo di alto livello, è un'attività altamente formativa, che conferma la nobiltà di chi la insegna ed esalta quella di chi la apprende”, conclude Trombetti Budriesi.
La mostra si articola in tre tappe: Castel del Monte accoglierà il visitatore e lo proietterà nel Trattato federiciano privilegiando le pitture di Pizzi Cannella; a Bari sarà fruibile la straordinaria campagna fotografica condotta da Ortensio Zecchino, in buona parte nella Murgia e nel Tavoliere; Trani privilegerà la multimedialità, con i video che consentiranno di passare dalle pagine originali del Trattato alla traduzione e lettura delle pagine del Trattato. Saranno presentate anche le traduzioni del Trattato in arabo (per la prima volta in forma integrale) e in italiano.
Le cerimonie di inaugurazione si terranno mercoledì 6 giugno 2018 alle ore 19.00 a Castel del Monte, mercoledì 13 giugno al Castello di Bari e lunedì 18 giugno al Castello di Trani alle ore 17.30. Interverranno la direttrice del Polo Museale della Puglia, Mariastella Margozzi, la direttrice di Castel del Monte, Elena Saponaro, la direttrice dei castelli di Bari e di Trani, Rosa Mezzina, i curatori della mostra Anna Laura Trombetti Budriesi e Ortensio Zecchino, i gestori della concessione Tommaso Morciano e Lorenzo Zichichi.
lunedì 4 giugno 2018
Ambrogio Lorenzetti in Maremma
La prima grande mostra sul maestro senese nella città che custodisce uno
dei suoi massimi capolavori, la “Maestà”. Complesso Museale di San
Pietro all’Orto.
Sono undici le opere di Ambrogio Lorenzetti, uno dei più grandi pittori europei del XIV secolo, che saranno esposte da sabato 2 giugno a domenica 16 settembre 2018 nelle sale del Complesso Museale di San Pietro all'Orto, Corso Diaz n.36, a Massa Marittima (GR).
La mostra dal titolo: “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena”, è promossa dal Comune di Massa Marittima, Comune di Siena, Complesso Museale Santa Maria della Scala, Università di Siena, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Siena e con il Patrocinio di Musei di Maremma e Parco Nazionale Colline Metallifere grossetane. Lorenzetti, noto come il pittore del “Buon Governo”, il ciclo di dipinti allegorici e dalle visione urbane e agresti nel Palazzo Pubblico di Siena, è stato un pittore dall'incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente molte tradizioni iconografiche. Un innovatore dei dipinti d'altare, di storie sacre e che ha allargato lo sguardo della pittura alla narrazione del paesaggio e della pittura d'ambiente, artista fino a poco tempo fa paradossalmente poco conosciuto. C'è voluta la grande mostra che si è tenuta recentemente al Santa Maria della Scala di Siena per ridare a Lorenzetti una giusta visibilità e considerazione.
Questo evento espositivo rappresenta l'ideale prosecuzione di quell'evento ma anche e soprattutto, un omaggio alla città di Massa Marittima dove è conservato uno dei grandi capolavori del pittore trecentesco la Maestà realizzata intorno al 1335. Un'opera dipinta dal Lorenzetti per gli eremiti agostiniani della chiesa di San Pietro all’Orto che da nome all’attuale museo situato accanto alla chiesa. In questo dipinto Ambrogio elaborò un’iconografia complessa, una grande opera che raffigura le tre virtù teologali sedute sui gradini che conducono al trono della Madonna. A partire da questo importante dipinto si sviluppa la mostra che si propone di offrire una visione d’insieme delle varie stagioni conosciute dal pittore nel corso della propria carriera, anche al fine di contestualizzare meglio la stessa Maestà nell’ambito di quella che era considerata la Maremma senese con opere provenienti dalla chiesa di San Galgano a Montesiepi, Roccalbegna, Montenero d’Orcia e poi Siena. Tra le opere esposte con la figura del Re Salomone (1320 / 1325), frammento che faceva in origine parte di una delle cornici di raccordo tra le scene che Ambrogio, assieme al fratello Pietro, eseguì per la Sala Capitolare del convento senese di San Francesco. Risalenti al 1340 il Polittico di San Pietro in Castelvecchio e il Polittico della Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo dipinto per la Chiesa di Roccalbegna. Tra queste due date si collocano le altre opere in mostra: la Croce dipinta della Pieve di Montenero d’Orcia, la vetrata raffigurante il San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio, le sinopie dell’Annunciazione della cappella di San Galgano a Montesiepi, i Quattro Santi del Museo dell’Opera della Metropolitana di Siena, le scene affrescate lungo il lato orientale del Chiostro di San Francesco, sempre a Siena, e l’Allegoria della Redenzione della Pinacoteca di Siena. Il percorso della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, o i Museo degli Organi Meccanici Antichi, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti affreschi recentemente attribuiti al grande artista senese. Il percorso espositivo della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, oggi Museo degli Organi Meccanici Antichi dove sarà presente un frammento di affresco, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti affreschi recentemente attribuiti al grande artista senese. “Con questa grande mostra dedicata a Lorenzetti - ha spiegato il sindaco Marcello Giuntini - vogliamo dimostrare che Massa Marittima può ospitare un evento espositivo di altissimo livello. Si rafforza in questo modo la nostra proposta nell’ambito del turismo culturale che si somma alla nostra già importante proposta museale”. “Organizzare questa mostra è stata una sfida che c’eravamo posti quando il Comune di Siena ci aveva proposto di esporre la Maesta al Santa Maria della Scala - ha aggiunto l’assessore Marco Paperini - in questo modo abbiamo avviato una importante collaborazione con Siena che darà frutti anche nel futuro e che ci ha permesso di portare a Massa Marittima opere di altissimo livello. Altro aspetto importante - ha sottolineato - è quello di offrire ai visitatori la possibilità di ammirare le opere di Ambrogio nella sede dove la Maestà è stata concepita e realizzata”.
La mostra “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. Capolavori dei territori di Grosseto e Siena”, è aperta con i seguenti orari: dal 2 giugno al 30 giugno da martedì a domenica 10 – 13/ 16- 19, dal 1 luglio al 16 settembre tutti i giorni dalle 10 allei 12 e dalle 16 alle 20. Ingresso intero 7 euro, ridotto 5 euro.
Un’altra importante iniziativa prevede riduzioni per i turisti ospiti nelle strutture ricettive del Comune di Massa Marittima mentre per luglio, agosto e settembre saranno organizzate visite gratuite per i residenti.
Informazioni: Ufficio turistico Comune di Massa Marittima/ Musei di Massa Marittima, Musei di Maremma, tel. 0566901954.
Sono undici le opere di Ambrogio Lorenzetti, uno dei più grandi pittori europei del XIV secolo, che saranno esposte da sabato 2 giugno a domenica 16 settembre 2018 nelle sale del Complesso Museale di San Pietro all'Orto, Corso Diaz n.36, a Massa Marittima (GR).
La mostra dal titolo: “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. I capolavori dei territori di Grosseto e Siena”, è promossa dal Comune di Massa Marittima, Comune di Siena, Complesso Museale Santa Maria della Scala, Università di Siena, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Siena e con il Patrocinio di Musei di Maremma e Parco Nazionale Colline Metallifere grossetane. Lorenzetti, noto come il pittore del “Buon Governo”, il ciclo di dipinti allegorici e dalle visione urbane e agresti nel Palazzo Pubblico di Siena, è stato un pittore dall'incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente molte tradizioni iconografiche. Un innovatore dei dipinti d'altare, di storie sacre e che ha allargato lo sguardo della pittura alla narrazione del paesaggio e della pittura d'ambiente, artista fino a poco tempo fa paradossalmente poco conosciuto. C'è voluta la grande mostra che si è tenuta recentemente al Santa Maria della Scala di Siena per ridare a Lorenzetti una giusta visibilità e considerazione.
Questo evento espositivo rappresenta l'ideale prosecuzione di quell'evento ma anche e soprattutto, un omaggio alla città di Massa Marittima dove è conservato uno dei grandi capolavori del pittore trecentesco la Maestà realizzata intorno al 1335. Un'opera dipinta dal Lorenzetti per gli eremiti agostiniani della chiesa di San Pietro all’Orto che da nome all’attuale museo situato accanto alla chiesa. In questo dipinto Ambrogio elaborò un’iconografia complessa, una grande opera che raffigura le tre virtù teologali sedute sui gradini che conducono al trono della Madonna. A partire da questo importante dipinto si sviluppa la mostra che si propone di offrire una visione d’insieme delle varie stagioni conosciute dal pittore nel corso della propria carriera, anche al fine di contestualizzare meglio la stessa Maestà nell’ambito di quella che era considerata la Maremma senese con opere provenienti dalla chiesa di San Galgano a Montesiepi, Roccalbegna, Montenero d’Orcia e poi Siena. Tra le opere esposte con la figura del Re Salomone (1320 / 1325), frammento che faceva in origine parte di una delle cornici di raccordo tra le scene che Ambrogio, assieme al fratello Pietro, eseguì per la Sala Capitolare del convento senese di San Francesco. Risalenti al 1340 il Polittico di San Pietro in Castelvecchio e il Polittico della Madonna col Bambino e i Santi Pietro e Paolo dipinto per la Chiesa di Roccalbegna. Tra queste due date si collocano le altre opere in mostra: la Croce dipinta della Pieve di Montenero d’Orcia, la vetrata raffigurante il San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio, le sinopie dell’Annunciazione della cappella di San Galgano a Montesiepi, i Quattro Santi del Museo dell’Opera della Metropolitana di Siena, le scene affrescate lungo il lato orientale del Chiostro di San Francesco, sempre a Siena, e l’Allegoria della Redenzione della Pinacoteca di Siena. Il percorso della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, o i Museo degli Organi Meccanici Antichi, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti affreschi recentemente attribuiti al grande artista senese. Il percorso espositivo della mostra si completa con la visita ad altri due importanti luoghi della città, dove Lorenzetti lavorò: la Chiesa di San Pietro all’Orto, oggi Museo degli Organi Meccanici Antichi dove sarà presente un frammento di affresco, e la Cattedrale di San Cerbone, dove sono presenti affreschi recentemente attribuiti al grande artista senese. “Con questa grande mostra dedicata a Lorenzetti - ha spiegato il sindaco Marcello Giuntini - vogliamo dimostrare che Massa Marittima può ospitare un evento espositivo di altissimo livello. Si rafforza in questo modo la nostra proposta nell’ambito del turismo culturale che si somma alla nostra già importante proposta museale”. “Organizzare questa mostra è stata una sfida che c’eravamo posti quando il Comune di Siena ci aveva proposto di esporre la Maesta al Santa Maria della Scala - ha aggiunto l’assessore Marco Paperini - in questo modo abbiamo avviato una importante collaborazione con Siena che darà frutti anche nel futuro e che ci ha permesso di portare a Massa Marittima opere di altissimo livello. Altro aspetto importante - ha sottolineato - è quello di offrire ai visitatori la possibilità di ammirare le opere di Ambrogio nella sede dove la Maestà è stata concepita e realizzata”.
La mostra “Ambrogio Lorenzetti in Maremma. Capolavori dei territori di Grosseto e Siena”, è aperta con i seguenti orari: dal 2 giugno al 30 giugno da martedì a domenica 10 – 13/ 16- 19, dal 1 luglio al 16 settembre tutti i giorni dalle 10 allei 12 e dalle 16 alle 20. Ingresso intero 7 euro, ridotto 5 euro.
Un’altra importante iniziativa prevede riduzioni per i turisti ospiti nelle strutture ricettive del Comune di Massa Marittima mentre per luglio, agosto e settembre saranno organizzate visite gratuite per i residenti.
Informazioni: Ufficio turistico Comune di Massa Marittima/ Musei di Massa Marittima, Musei di Maremma, tel. 0566901954.
sabato 26 maggio 2018
L'arte di scrivere nella bottega dello scrivano
La mostra “L’arte di scrivere: nella bottega dello scrivano” visitabile fino al 1 luglio 2018 racconta il processo di
produzione dei manoscritti medievali.
È un viaggio nella storia della
scrittura e dello scrivere durante il medioevo, quando i
luoghi di produzione dei manoscritti erano i monasteri e le
botteghe degli scrivani, i colori erano estratti dai minerali,
dagli animali e dai vegetali e per scrivere erano necessarie
la penna d’oca e la pergamena.
La mostra si è sviluppata nelle
sale del Museo dei Tasso e della Storia Postale per entrare
in relazione con gli oggetti esposti e creare un dialogo con
la collezione permanente. Dai supporti e gli strumenti per la
scrittura, si passa ai materiali e agli utensili per la
doratura e la produzione dei colori per arrivare al prodotto
finito: la pagina miniata.
Nel percorso della mostra, oltre
ai pannelli di sala, che raccontano le varie fasi della
produzione del manoscritto, sono state inserite delle cornici
con alcuni suggerimenti sull’utilizzo e la preparazione dei
supporti, degli inchiostri e dei colori, tratti dai ricettari
medievali.
I ricettari erano
dei trattati in cui erano raccolte le indicazioni pratiche per
svolgere dei lavori particolari. I monaci amanuensi e gli
scrivani si affidavano a loro per sapere come produrre gli
inchiostri, i pigmenti e i collanti, conoscerne le reazioni, i
pregi e i difetti.
L’idea di organizzare una mostra
che scandagliasse il tema dello scrivere è nata dalla presenza
nel Museo di una sala dedicata alla storia della scrittura.
L’iniziativa in collaborazione con il Museo dei Tasso e della Storia Postale ed è resa possibile grazie ai materiali, al lavoro e all’esperienza del miniaturista bergamasco Simone Algisi.
Simone Algisi è un miniaturista
bergamasco formatosi “a bottega” presso i maestri K.P Schaffell e presso
Ivano Ziggiotti, tra i massimi rappresentanti della miniatura
internazionale. Le sue opere sono state esposte in numerosi contesti
culturali, tra cui la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo. Ha
collaborato con l’Università di Lisbona e l’Istituto Caterina Caniana di
Bergamo per il ciclo di Conferenze Thesaurus. Ha partecipato come
relatore al festival Bergamo Scienza, con conferenze relative alla
produzione di materiali artistici in epoca medievale. È membro di
Thesaurus Associazione Culturale e della Associazione Calligrafica
Italiana.
Etichette:
manoscritti,
medievale,
medioevo,
mostre,
scrittura
Ubicazione:
Via Cornello, 24010 Camerata Cornello BG, Italia
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