martedì 29 ottobre 2013

Antoniazzo Romano “Pictor Urbis”

La mostra, curata da Anna Cavallaro e Stefano Petrocchi, riunisce circa cinquanta opere – polittici, grandi pale, piccoli dipinti devozionali, tavole fondo oro, e un ciclo di affreschi staccati, insieme a opere di confronto e testimonianze documentarie – che offrono al pubblico un viaggio nel Rinascimento “quotidiano” di Antoniazzo e della sua nutrita bottega. Il percorso si sofferma sulla ricca produzione di immagini sacre, riprese dalle celebri icone medievali, aggiornate al gusto rinascimentale, che costruì il successo del pittore presso il pubblico romano. Tra le grandi pale d’altare presenti in mostra, emergono la splendida ancona di Montefalco, in origine nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo e l’Annunciazione di Santa Maria sopra Minerva dipinta per l’anno giubilare del 1500, con la quale il pittore si congeda dalla città in prossimità della fine dei suoi giorni, che un fortunato, recente, ritrovamento documentario consente di collocare al 17 aprile 1508. La produzione della bottega romana di via della Cerasa (l’odierna piazza Rondanini) – dove operava la “turba di lavoranti” – è documentata attraverso dipinti che attestano la circolazione dei modelli del maestro tra gli allievi. Per la prima volta viene riunito l’importante complesso pittorico della Camera di Santa Caterina da Siena, che dal Seicento è diviso tra la chiesa della Minerva e il convento di Santa Caterina a Magnanapoli.
La completezza del percorso espositivo è stata resa possibile dalla generosità di prestigiose istituzioni museali pubbliche e private (dai Musei Vaticani ai Musei nazionali del Bargello, di Capodimonte, e dell’Aquila, al Museo Poldi Pezzoli), di Musei civici (Rieti, Montefalco e Montefortino), di collezioni private (Umberto Veronesi e Fondazione Santarelli). Importanti prestiti provengono inoltre dalle maggiori chiese romane e laziali, di cui molte di proprietà del Fondo edifici culto del Ministero dell’Interno, e da complessi conventuali. La selezione di documenti concessi in prestito dall’Archivio di Stato di Roma, lettere autografe e contratti originali, libri confraternali e atti privati come il testamento e l’eredità di Antoniazzo Romano, offrono una lettura che consente di mettere in luce oltre l’artista, anche l’uomo e il suo impegno nella società del tempo.
La pittura a Roma all’epoca dell’esordio di Antoniazzo è testimoniata oltre che da opere di maestri tardogotici, anche dai nomi degli artisti riportati nello splendido codice miniato del 1478, contenente i primi statuti dei pittori romani redatti dallo stesso Antoniazzo in qualità di console della corporazione, ed esposto al pubblico per la prima volta grazie all’eccezionale prestito dell’Accademia di San Luca.
Antoniazzo Romano “Pictor Urbis”
Venerdì 1 novembre 2013 - Domenica 2 febbraio 2014
Palazzo Barberini - SSPSAE e Polo Museale della Città di Roma
Via delle Quattro Fontane, 13 - Roma
Orario: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00 (la biglietteria chiude alle ore 18.00) Chiusura: il lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio.

martedì 22 ottobre 2013

Strumenti musicali tra XI e XVII secolo a Rovigo

Una panoramica sul mondo degli strumenti musicali in uso nei secoli tra il Basso Medioevo e il primo Barocco  (tra l’XI ed il XVII secolo). E’ la mostra, realizzata dal Dramsam Centro Giuliano di Musica Antica di Gorizia, su iniziativa della Fondazione Rovigo Cultura e del Comune di Rovigo, che si terrà da venerdì 25 ottobre a domenica 3 novembre 2013 in Pescheria Nuova.
La mostra, a cura di Giuseppe Paolo Cecere, si propone sia come percorso didattico informativo sugli strumenti in uso in quel periodo, sia come spazio di riflessione sui problemi della ricostruzione degli strumenti per la musica antica. 
Il percorso didattico, organizzato storicamente per “famiglie” organologiche, prevede l’esposizione di accurate ricostruzioni, su precise basi organologiche, di strumenti musicali in uso nel periodo citato, affiancate da materiale iconografico relativo ai singoli strumenti, didascalie sintetiche di descrizione storica e funzionale degli strumenti esposti, nonché tabelle riassuntive e di confronto.
La mostra sarà “animata” dalla presenza di un monitor sul quale scorreranno le immagini di riferimento iconografico ed il cui audio esemplificherà le musiche eseguite con gli strumenti stessi.
“Ancora una volta – ha detto il sindaco Bruno Piva -, ci proponiamo ai nostri cittadini con un’esposizione originale e bella. Rovigo, attraverso la Fondazione Rovigo Cultura, ci pregia di un bell’evento”.
Una iniziativa di spessore già annunciata dal titolo, ha sottolineato l’assessore alla Cultura Anna Paola Nezzo. “Sarà possibile avere una ricostruzione visiva di tanti strumenti che hanno accompagnato l’evoluzione della musica in tutti questi secoli. Ci saranno anche dei momenti musicale a cura del Canto delle muse, per dare risalto a questa particolarità”.
Claudio Sartorato, membro regionale della Fondazione Rovigo Cultura, ha spiegato che ne era rimasto affascinato ammirandola all’interno del Castello di Gorizia. “Con piacere ho saputo che era una mostra itinerante e mi sono interessato per poterla organizzare a Rovigo”.
Infine, Vittorio Zanon, grande studioso di musica barocca e presidente del Canto delle muse, ha evidenziato l’importanza di far vedere anche ai bambini gli strumenti reali del passato, facendo sentire anche il suono per conoscer il linguaggio sonoro del passato.

venerdì 11 ottobre 2013

Il libro errante del popolo errante

Nell’ambito della rassegna L’altra metà del libro di Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura si inserisce un percorso sul libro ebraico, con lo scopo precipuo di valorizzare le testimonianze manoscritte oggi conservate nell’area ligure. In tale occasione vengono così riunite ed esposte le principali tipologie testuali del libro ebraico: le Bibbie attualmente conservate a Genova, Biblioteca Berio e Biblioteca Universitaria, quest’ultima accostata per la prima volta alla sua ‘gemella’ proveniente dalla Biblioteca Comunale di Imola, e i fogli del Talmud Yerushalmi di Savona, Biblioteca del Seminario. La maggior parte dei volumi, giunti da area sefardita, sono testimoni di rare recensioni testuali e testimoniano significative storie di viaggio. Le Bibbie gemelle, confezionate a Toledo nella medesima bottega e negli anni intorno al 1480, giunsero in Italia dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e seguirono poi, con i possessori, le medesime rotte di viaggio per gli esuli espulsi dal Gerush Sefarad: Genova e Napoli, le città raggiunte più facilmente dalle navi che salpavano dai porti spagnoli. Il Talmud di Savona, rara versione testuale spagnola del XIII secolo, è stato invece scoperto recentemente dalla ricercatrice Leandra Scappaticci nell’ambito del Progetto Internazionale “Frammenti Ebraici in Italia”, diretto da Mauro Perani dell’Università degli Studi di Bologna. L’importanza di tale reperto risiede nel fatto che si tratta del terzo e più antico manoscritto esistente di una versione iberica duecentesca, assai diversa rispetto alla recensione canonizzata dalla stampa di Venezia, al pubblicata a Venezia dal tipografo cristiano Daniel Bomberg intorno agli anni Venti del Cinquecento.
Palazzo Ducale di Genova. Sala Camino dal 17 al 20 ottobre 2013.
Biglietteria e accoglienza
Tel. +39 010 5574065
Fax +39 010 562390 

giovedì 3 ottobre 2013

Antonello da Messina a Rovereto

Antonello da Messina - "Ritratto di giovane gentiluomo" 1470-74. Philadelphia Museum of Art: John G. Johnson Collection, 1917
Il Mart e la casa editrice Electa presentano la mostra dedicata a Antonello da Messina. Si tratta del momento più importante dell’attività espositiva del Museo nel 2013 non solo per l’eccezionalità delle opere esposte, grazie a prestiti internazionali concessi per l’occasione, ma anche per l’inedita ampiezza cronologica dei confronti proposti.
Il progetto espositivo, a cura di Ferdinando Bologna e Federico De Melis, propone un’indagine articolata e uno sguardo originale sulla figura del grande pittore del Quattrocento e sul suo tempo, attraverso lo studio degli intrecci storico-artistici e delle controversie ancora aperte, presentati in questa sede come punti di forza attraverso i quali approfondire nuovi percorsi di interpretazione critica.
Questa rilettura di Antonello da Messina non offre solo la ricerca della collocazione cronologica delle opere, l’analisi dei rapporti con i maestri a lui contemporanei, delle similitudini e delle differenze, ma è concentrata anche su una profonda analisi dell’intelligenza poetica di un artista “inumano”, come lo definì il figlio Jacobello, che ha saputo cogliere le sfumature psicologiche e le caratteristiche più intime dell’esistere.
La mostra è stata resa possibile grazie a preziose e generose collaborazioni con alcune delle più importanti istituzioni culturali nazionali e internazionali come i musei della Regione Sicilia, la Galleria Borghese di Roma, i Musei Civici di Venezia, la Fundación Colección Thyssen Bornemisza di Madrid, il Philadelphia Museum of Art e il Metropolitan Museum di New York.
La National Gallery di Washington, ad esempio, si priverà per tutto il periodo della mostra roveretana di due opere appartenenti alla collezione permanente.
Saranno inoltre esposte alcune opere non presenti nella recente retrospettiva dedicata a Antonello da Messina come il “Ritratto d’uomo” appena restaurato, proveniente dal Philadelphia Museum of Art, il “Salvator Mundi” della National Gallery di Londra, la “Madonna Benson” custodita nella National Gallery di Washington.
Dal 5 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014, la mostra del Mart di Rovereto ha l’ambizione di ricostruire l’ampia scena storica e geografica dalla quale emerge l’eccezionale individualità di Antonello: un pittore che, a metà del Quattrocento, si fa interprete, al massimo grado, di un fermento creativo mediterraneo ed europeo incentrato sull’incontro-scontro tra la civiltà fiamminga e quella italiana.
Questo moltiplicarsi di esperienze – da Napoli alla Spagna, dalla Provenza alle Fiandre, da Urbino a Venezia – fanno di Antonello un protagonista dal respiro internazionale, da collocare in una prospettiva storico-artistica senza limiti geografici.
In questo senso, la mostra si propone di stabilire riferimenti figurativi rigorosi tramite ampi confronti che coinvolgono altri protagonisti della scena artistica del momento, da Colantonio a Van Eyck, fino a comprimari meno conosciuti, ma insigni come Antonio da Fabriano e il Maestro di San Giovanni da Capestrano, identificato con Giovanni di Bartolomeo dall’Aquila attivo a Napoli dal 1449.
Così, si vuole rileggere, su basi storicamente fondate, lo specialissimo carattere di un’opera che dipende direttamente dalla grande lezione prospettico-luminosa di Piero della Francesca, come già suggerito nel 1914 dal giovane Roberto Longhi. La novità, in questo senso, è che i curatori individuano l’influenza di Piero non solo nella fase matura, ma lungo l’intero arco della vita artistica di Antonello, secondo modalità ogni volta diverse, funzionali alle urgenze espressive del momento.
Il percorso espositivo parte dalla formazione di Antonello, avvenuta nella Napoli di Alfonso d’Aragona tra esperienze provenzali-borgognone e fiamminghe, e si sviluppa con l’acquisizione progressiva della sintassi ‘italiana’, e l’aprirsi a una dimensione mediterranea europea, fino all’esito veneziano e post-veneziano che indica l’inizio di una nuova civiltà figurativa.
La mostra riesamina, a questo proposito, anche il dibattito relativo al rapporto di Antonello con la Milano sforzesca, quasi in parallelo con le nuove ricerche di tipo spaziale lì condotte dal giovane Bramante, come indicano, tra le opere in mostra, il “Cristo alla colonna” e il disegno “Gruppo di donne su una piazza, con alti casamenti” entrambe provenienti dal Louvre.
Il progetto sarà arricchito da un programma di eventi collaterali. In particolare, venerdì 18 ottobre, il Mart ospiterà una lectio magistralis di David Alan Brown, curatore del Dipartimento di Pittura Italiana della National Gallery of Art di Washington che, confermando l’indubbia importanza di Antonello da Messina nella ritrattistica rinascimentale e riesaminando i celebri “ritratti d’uomo”, metterà in luce le problematiche relative all’originalità dei lavori del Maestro, posti a confronto con le opere di altri artisti dell’epoca.
Orari di apertura al pubblico: lunedì chiuso; da martedì a domenica 10.00 - 18.00; venerdì 10.00-21.00
Tariffe: 
Intero: 13 Euro
Ridotto gruppi, giovani dai 19 ai 26 anni, over 65 anni, convenzionati: 9 Euro
Ridotto speciale per scolaresche, ragazzi dai 7 ai 18 anni: 3,50 Euro
Biglietto famiglia: 26 Euro
Ingresso gratuito: Mart Membership, bambini fino ai 6 anni, ICOM e AMACI
Altre informazioni di servizio a questo link
Acquista il biglietto a questo link

lunedì 30 settembre 2013

I Templari, dalla Sicilia alla Lombardia

I Cavalieri templari, soldati di uno dei più noti ordini religioso-cavallereschi della cristianità medioevale. Uomini che attraversavano tutta l’Europa per raggiungere la Terra Santa e difenderne i luoghi più sacri e i pellegrini viandanti. Un mito, quello dei Cavalieri Templari, in cui storia e leggenda si fondono nei segreti di un Ordine di Cavalieri dagli ideali incorruttibili e dal triste destino. Questa la premessa per l’affascinante esposizione dal titolo “I Templari, dalla Sicilia alla Lombardia” che accoglierà i visitatori della prestigiosa rassegna Antiquariato Nazionale, dal 19 al 27 ottobre in Villa Castelbarco a Vaprio d’Adda (MI).
Oltre sessanta preziosi oggetti appartenuti ai Cavalieri Templari dell'Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo, che fu violentemente represso nel 1314 da Filippo il Bello, re di Francia. La collezione, selezionata in più di trent’anni di ricerche dall’Associazione Culturale Terza Esperide di Palermo, con la consulenza dell’antiquario e curatore dell’esposizione Giulio Torta, è parte del più ampio progetto museale “Federico II e il Medioevo” di Palermo e sarà eccezionalmente esposta a Vaprio d'Adda.

Amuleti, bracciali, anelli, medaglioni e altri oggetti, a cui si attribuivano forze sovrannaturali, erano fedeli compagni dei Templari che in occasione dei loro viaggi hanno spesso lasciato, donato o dimenticato. Sono queste le rilevanti tracce della loro presenza e del passaggio in Sicilia.
Pezzi di straordinario valore documentale - attribuibili al periodo tra il 1118 ed il 1314 - che, riuniti per la prima volta nella loro completezza, illustrano storie, tradizioni e superstizioni degli uomini protagonisti del Medioevo europeo.

mercoledì 11 settembre 2013

Da Donatello a Lippi. Officina Pratese

Dal 13 settembre 2013 al 13 gennaio 2014 Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Una grande mostra fa rivivere uno dei momenti magici dell'intera storia dell'arte italiana, quello vissuto nel Quattrocento dalla città di Prato quando qui operarono molti tra i maggiori artisti italiani dell'epoca.
Per "Da Donatello a Lippi. Officina Pratese", curata da Andrea De Marchi e da Cristina Gnoni Mavarelli, tornano in città capolavori creati in quegli anni e oggi dispersi in musei di mezzo mondo. La mostra è promossa dal Comune di Prato, con il sostegno della Fondazione Cassa di risparmio di Prato, e la collaborazione di Mondo Mostre, tra i principali organizzatori di eventi culturali in Italia.

Intorno alla fabbrica della prepositura di Santo Stefano (poi cattedrale) presero forma imprese memorabili, da annoverare fra gli episodi più singolari ed affascinanti del primo Rinascimento. Per il pulpito destinato a mostrare la reliquia della Sacra Cintola, per gli affreschi della cappella dell'Assunta e della cappella maggiore, per altri arredi vennero chiamati artisti della grandezza di Donatello, Michelozzo, Maso di Bartolomeo, Paolo Uccello e Filippo Lippi. A loro va aggiunto il figlio di fra Filippo, Filippino, che da Prato prese le mosse e a Prato tornò a lavorare da anziano.

Su tutto domina la figura carismatica di Filippo Lippi, che fra anni '50 e '60 del Quattrocento tenne aperto il cantiere degli affreschi di Santo Stefano e del Battista, nella cappella maggiore del Duomo. Altre sue opere in mostra documentano la fantasia eccitata e le estenuate eleganze di questa splendida maturità. Intorno a lui si formarono pittori che meritano di essere meglio conosciuti, come il Maestro della Natività di Castello o Fra Diamante.
Prima di Lippi le figure di maggiore spicco che operarono per Prato furono Donatello e Paolo Uccello. Del primo è una Madonna col Bambino fra due angeli, del museo pratese, sottovalutato capolavoro giovanile. Anche Paolo Uccello, quando verso il 1433 affrescò nel Duomo di Prato, era un giovane in ricerca e la mostra sarà l'occasione storica per raccogliere per la prima volta al mondo praticamente tutte le opere di questa irrequieta giovinezza, fra anni '20 e '30 del Quattrocento, ancora in bilico tra fiammate goticheggianti e una narrazione più realistica e penetrante.

La mostra vuole offrire, attraverso una scelta di opere tutte di grande qualità, alcuni squarci di luce su queste personalità, per aiutare a capire meglio quanto a Prato di loro è rimasto. Al tempo stesso si prefigge alcune operazioni esemplari di ricostruzione di opere che erano a Prato e che sono state smembrate, riunendo predelle e pale ora divise fra i musei pratesi e le collezioni straniere (l'Assunta di Zanobi Strozzi dipinta per il Duomo, ora a Dublino, e la predella del Museo di Palazzo Pretorio; il capolavoro del Maestro della Natività di Castello, la pala di Faltugnano ora nel Museo dell'Opera del Duomo, la cui predella è spartita fra la National Gallery di Londra e la Johnson Collection di Philadelphia). Saranno così riportati a Prato capolavori che si trovano in importanti musei stranieri, come la pala di Budapest di Fra Diamante, proveniente dall'oratorio di San Lorenzo, con un doveroso omaggio al genio di Filippino Lippi, grazie alle opere della giovinezza e del suo ritorno a Prato nella piena maturità artistica.

Uno spettacolo per gli occhi ed i sensi, insomma. Ed insieme una ricognizione rigorosa di un momento artistico che ha ancora molti aspetti da svelare.

Tutte le info nel sito della mostra: www.officinapratese.com.
Dal 13 settembre al 13 gennaio apertura dalle 10 alle 19
Apertura notturna straordinaria
VENERDÌ 13 SETTEMBRE DALLE 21.30 A MEZZANOTTE
adulti prezzo ridotto, bambini sotto i 12 anni gratis

martedì 10 settembre 2013

“Mano nella mano: reperti di un amore oltre la morte

I corpi di due amanti sepolti insieme mano nella mano: la “Tomba degli amanti” risalente al VI secolo e tornata alla luce a Modena nel 2009, in una scoperta archeologica che fece il giro del mondo, sarà esposta al pubblico per la prima volta in occasione del Festival filosofia di Modena, da venerdì 13 settembre 2013. L'inaugurazione ufficiale della mostra “Mano nella mano: reperti di un amore oltre la morte”, promossa dal Museo civico archeologico di Modena assieme alla Soprintendenza per i Beni archeologici e all'Università di Bologna, è prevista per le 17 al Lapidario romano di Palazzo dei Musei (largo Porta Sant'Agostino 337). Durante il Festival il Lapidario sarà aperto a partire dalle 8.30: il venerdì fino alle 23, il sabato fino all'1 e la domenica fino alle 20.
La mostra ricostruisce la storia della sepoltura della giovane coppia. Le analisi condotte da una èquipe di archeologi e antropologi hanno fatto luce sulla loro storia e su quella di altri membri della loro comunità sepolti tra V e VI secolo alle porte di Mutina. L’uomo e la donna furono collocati insieme nel sepolcro dopo la morte, avvenuta per entrambi all’età di circa 30 anni. Al momento della deposizione le mani dei due defunti furono intrecciate, sovrapponendo la mano della donna a quella dell’uomo. I familiari, con questo gesto, simbolo di amore, vollero forse sigillare per sempre all’interno del sepolcro l’affetto che li aveva uniti in vita. Le analisi antropologiche non hanno restituito elementi in grado di chiarire le cause della morte. Dal momento che non sono state trovate evidenze che possano ricondurre a una morte violenta, si può pensare ad una malattia che colpì entrambi.
Il ritrovamento di due defunti sepolti contemporaneamente all’interno di un solo sepolcro, tuttavia, potrebbe essere anche indizio di pratiche rituali che comportavano il sacrificio della donna in seguito alla morte dell’uomo, attestate anche in epoca tardoantica. Il sepolcreto nel quale si trovava la tomba della coppia accoglieva anche altri membri della comunità. La parte principale della necropoli era riservata a sepolcri di uomini feriti a morte da colpi di spada, forse nel tentativo di difendere le loro case e le loro famiglie, e per questo onorarti come eroi. Non è ancora possibile precisare l’origine di questa comunità, che alcuni elementi, quali ad esempio il rituale funerario, farebbero supporre di origine germanica.

L’esposizione, aperta dal 13 settembre fino al 24 novembre 2013 al piano terra del Palazzo dei Musei, nello spazio del Lapidario Romano, è il frutto di un progetto sviluppato grazie alla collaborazione tra Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna e Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena. Ricostruzioni virtuali dell’importante ritrovamento, inquadrato nello scenario di questo settore della città tardoantica, sono proposte in un video curato dal Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena in collaborazione con Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. Un giornale di mostra sarà in vendita a 1 euro alla reception del palazzo dei Musei.